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Lavoroedignità – Ned Ludd
(2007)
Chi era Ned Ludd? Un operaio tessile inglese che nel 1779, per protesta contro
le nuove tecnologie colpevoli di rubare il lavoro, fece a pezzi un telaio “troppo
moderno”. Da qui due secoli e mezzo o quasi di “lotta di classe”,
in cui i padroni – questo l’assunto di fondo – cercano di massimizzare
il profitto a danno dei propri operai, i quali, per difendersi, dovrebbero scassare
macchine, incendiare fabbriche, eliminare sindacalmente (o fisicamente) il padrone
e chi lo rappresenta. Ned Ludd è anche il nome di un gruppo musicale di
Roma, genere “combat-folk”.
Ben 35 musicisti, e il loro ultimo disco “Lavoroedignità” che
propone 15 “working songs” su 15 anni – dicono – di passi
indietro sul lavoro e sui diritti dei lavoratori. Lavoro che sarebbe migrato
a est, a sfiancare le schiene di “poveri cristi senza diritti”. Lavoratori
costretti a donare al sistema più ore di quante può contenerne
una giornata, costretti ad accontentarsi degli spiccioli e, in tempi di precarietà,
a dire pure dei grazie, visto che “armeno noi, ar 27, i soldi li piiamo”.
Altre parole per la stessa battaglia, dunque, la stessa utopia di giustizia sociale
ed equa distribuzione delle risorse che nessuno è mai riuscito a realizzare
davvero. Forse perché si continua a sbagliare bersaglio, e a prendersela
con il telaio, come il povero Ned Ludd. Davvero la lotta è tra servi e
padroni, tra manodopera e tecnologia? Una distinzione facile, che fa comodo alle
persone in malafede, tante, da una parte e dall’altra. Infatti, se sono
rari i “padroni” – oggi diremmo imprenditori – che si
fanno carico della dignità del lavoratore pagando anche di persona le
storture di un sistema corporativo; se sono rari, di questi tempi, i datori di
lavoro che evitano di usare la flessibilità come scusa per sottopagare
il dipendente.
Ecco, sono ancora più rari i “servi” – oggi
diremmo dipendenti – che ragionano da “soci”, non tanto o non
solo in funzione del 27 del mese, ma in funzione del bene della propria azienda.
Che se produce poco e male prima o poi viene espulsa dal mercato, con buona pace
di tutti, anche dei contrattualizzati a tempo indeterminato, e quindi del fatidico
27, che tornerà ad essere un giorno come un altro. E che questa generazione
di pressapochisti e parassiti – da una parte e dall’altra – sia
aumentata in consistenza, in Italia, negli ultimi 15 anni, è sotto gli
occhi di tutti.
Sarà la globalizzazione, la moneta unica, sarà,
in fondo, che anche noi poveri provinciali italici siamo stati sbattuti di fronte
alle nostre responsabilità, siamo stati costretti a scendere in campo,
e a competere con chi le cose le sapeva fare meglio, da padrone e da servo. Forse è tutto
qua, non siamo stati all’altezza, come Paese. Non lo siamo stati come persone,
almeno fino ad oggi. Onore dunque ai romani Ned Ludd, che mettono in musica una
deriva reale, quella del lavoro e dei suoi protagonisti (tutti, sindacati compresi).
Un album da ascoltare tutto d’un fiato, a volume possibilmente alto. Poi,
però, fermiamoci a riflettere un attimo, e decidiamo se continuare
a prendercela con il telaio, condannando noi stessi, ancora una volta,
a non cambiare il mondo.
(t.f.)
Sussidiario Illustrato della Giovinezza – Baustelle
(1999)
Avendo passato da un pezzo l’adolescenza, tutto lascia
supporre che il mio amore incontrollato per i Baustelle durerà oltre
lo spazio di quest’estate passata ad ascoltarli con l’iPod
a mille su e giù per la via Emilia. Le modalità elettroniche
di Camerini, i gorgheggi di Nada e la poesia di De André -
accostamento ardito, lo so, ma meritato – si incontrano
in Sussidiario Illustrato della Giovinezza (1999), il primo disco
dei senesi sconosciuti ai più ma
adorati da molti. Un album che parla con ricercata semplicità di
storie quotidiane - l’amore, la gioventù, le amicizie,
anche la morte – accompagnate da sonorità vagamente
brit pop anni 70, un po’ ruvide, spesso graffianti. Le
voci sono calde e morbide, i ritmi sincopati.
Ci si innamora dei Baustelle come dei pensieri speciali che si
leggono e si trascrivono dappertutto: viene voglia di fare passaparola,
di farli conoscere ai più, di incontrarsi ai loro concerti.
(g.s.)
Lòm a mérz – Quinzân
(Faenza 2003)
Pietro Bandini, musicista faentino, fondatore del gruppo Quinzân,
peraltro antico soprannome di famiglia. L’album si chiama Lòm
a mérz, “luce a marzo”, in dialetto romagnolo.
Un disco che parla la lingua dei nostri nonni, e che recupera le
melodie che si suonavano nelle aie, nella campagna romagnola, prima
del boom economico, dell’industrializzazione, insomma, della
ricchezza. Ascoltarlo significa recuperare qualche briciola, qualche
granello del tempo che fu, quando il valore, l’unico valore,
era in quella terra difficile, talvolta arida e talvolta sferzata
dalla pioggia, ma capace di dare il pane; addormentata d’inverno
eppure in grado di svegliarsi, con le luci di marzo, e di dare sostentamento
all’agricoltore e alla sua famiglia.
Una musica allegra, del “dì di
festa”, come direbbe Giacomo Leopardi. “Bala adès,
l’è istès, s’ u t’ prèla la
tësta…”, avrebbe forse scritto il poeta, se fosse
stato faentino. Una melodia che fa rivivere anche quelle che erano
le uniche occasioni per divertirsi, incontrarsi, talvolta trovare
l’amore: le feste di paese e le cerimonie del raccolto; da
non perdere, in questo senso, “La stèla d’Uriòl
d’i fig”, magnifica riproposizione in dialetto romagnolo
di una celebre aria irlandese, “Star of the County Down”.
Ascoltare Lòm a mérz è un modo per ricordarsi
che l’Emilia-Romagna di oggi, in bene e in male, è anche
il prodotto dell’Emilia-Romagna di ieri, di quel mondo fatto
di tanta miseria e provincialismo ma allo stesso tempo popolato da
uomini che amavano il proprio lavoro. Ieri era la terra, certo, oggi
l’industria, la tecnologia, i servizi. Il gusto e la sfida,
insomma, per chi è nato tra Piacenza e Rimini, di veder germogliare
qualcosa dalla propria esistenza. La fiducia che prima o poi sarà di
nuovo primavera, che le luci di marzo scioglieranno la neve, che
la terrà si risveglierà ancora. Un sentimento che abbiamo
ereditato dai nostri padri, e che abbiamo il dovere e il piacere
di coltivare. (t.f.)